Multitasking e efficienza cognitiva

La società occidentale si muove per lo più con una certa frenesia. Esigenze di velocità e prestazione hanno promosso lo sviluppo di strategie e strumentazioni per riuscire a svolgere tutte le attività e le mansioni richieste dalla quotidianità.

Certi strumenti, frutto della tecnologia, sono progettati proprio per semplificare la vita e migliorarne la qualità, poiché consentono di portare a termine più impegni contemporaneamente. Di pari passo al loro utilizzo le persone tendono a compiere più attività simultaneamente, un comportamento richiesto dai contesti di vita che viene comunemente chiamato multitasking.

Che cosa si intende per multitasking?

Si tratta di un termine nato in ambito informatico per indicare la capacità del computer di svolgere più compiti nello stesso momento. Successivamente utilizzato in ambito umano con la stessa accezione.

Nel tempo gli studiosi delle neuroscienze si sono sempre più interessati alla comprensione di questa modalità di procedere nelle attività e agli eventuali vantaggi e svantaggi associati. Nelle ricerche sull’argomento, il multitasking viene definito come la capacità di passare da un’attività all’altra in rapida sequenza, per poi tornare dove ci si era interrotti (in inglese “switching”).

Si tratta di una strategia riscontrabile in molti contesti lavorativi e organizzativi, come quello di Davide, tecnico commerciale di una famosa multinazionale specializzata nell’ambito informatico ed elettronico.

Durante le sue otto ore di lavoro Davide deve destreggiarsi per riuscire a portare a termine tutti i compiti e gli incarichi che gli sono stati affidati. Tra una chiamata e l’altra dei clienti deve preparare gli ordini richiesti, elaborare nuove promozioni e offerte e risolvere i problemi dell’ultimo minuto.

Image by Matthew (WMF) – Opera propria, CC BY-SA 3.0

Molto spesso si trova a spostare velocemente l’attenzione da un compito che prevede l’inserimento di dati all’interno di un file per rispondere alla chiamata di un cliente. Al termine di questa deve concentrarsi di nuovo su quello che stava facendo, riprendendo il filo da dove si era interrotto.

Questi passaggi sequenziali richiedono tempo per la riallocazione delle risorse attentive e un consumo non indifferente di capacità cognitive.

Fisiologia del multitasking

Ma che cosa accade nel cervello di Davide quando opera questo switching?

Mentre sta lavorando al foglio elettronico i neuroni che svolgono la specifica funzione sono stimolati, secondo un processo denominato “attivazione della regola”. Nel momento in cui riceve una chiamata il sangue affluisce velocemente alla corteccia prefrontale anteriore, la quale funziona come una centralina di comando e pone il cervello in stato di allerta.

Image by © FERNANDO DA CUNHA/BSIP/Corbis

Lo “avvisa”, cioè, che deve spostare l’attenzione su un nuovo compito (sganciamento). Sono attivati allora specifici neuroni, differenti da quelli precedenti, che gli permettono di eseguire il secondo compito.

Queste fasi si compiono ogni volta che si passa da un compito all’altro e richiedono tempo e risorse cognitive.

Costo cognitivo

Contrariamente a ciò che si pensa, il multitasking comporta diversi costi e conseguenze poco note.

In primo luogo, mentre si è impegnati in molteplici attività contemporanee, l’apprendimento di nuove nozioni avviene in modo subordinato.

Le nuove informazioni anziché essere elaborate nell’ippocampo, sede dei circuiti implicati nei processi mnemonici, vengono processate nel corpo striato, struttura preposta all’implementazione di abilità e procedure automatizzate, come quelle che servono per andare in bicicletta o suonare uno strumento.

Con il risultato però che certe informazioni apprese diventino disponibili ad un livello diverso in termini di utilizzo.


Rappresentazione dell’ippocampo e dello striato.

In secondo luogo, l’uso frequente del multitasking porta a un aumento della produzione di cortisolo, chiamato anche ormone dello stress, con il risultato di una sovra-stimolazione del cervello, che può produrre confusione mentale.

Il sistema di gratificazione cerebrale

Questa condizione prolungata nel tempo, inoltre, provoca l’alterazione del sistema dopaminergico. Si tratta di un sistema cerebrale che regola i processi di gratificazione e piacere associati a stimoli desiderabili, come per esempio certi comportamenti e certe sostanze psicostimolanti.

La dopamina è coinvolta nel controllo di funzioni fondamentali per il comportamento emozionale, come potrebbe essere l’avvicinamento a un obiettivo desiderato.


La dopamina è rilasciata nel sistema di ricompensa cerebrale in risposta ad uno stimolo importante per l’adattamento. Esso è unito alla gratificazione e alla sensazione di piacere. Il piacere rappresenta il vissuto affettivo che motiva la ripetizione dei comportamenti associati a quel piacere stesso.

L’alterazione di cui parliamo può portare a manifestare una sorta di dipendenza nel compiere simultaneamente sempre più attività, unita a un senso di disagio nei momenti in cui sarebbe possibile fare una cosa alla volta. Questo disagio può aumentare fino a condizioni di particolare ansietà.

Un esempio classico è la sensazione che può provare un imprenditore in vacanza – o un lavoratore con ruoli di responsabilità -, quando fatica a staccarsi dal lavoro e passa le giornate al telefono o al pc per controllare come procedono gli affari, anziché rilassarsi e andare altrove col pensiero, finalmente.

Il multitasking varia in base all’età e al sesso?

Nel pensiero comune, l’abilità di svolgere più attività contemporaneamente varia a seconda dell’età e del sesso, in particolare si crede che i giovani siano più capaci di svolgere molte azioni nello stesso momento e che le donne siano più propense a dividere l’attenzione tra più compiti contemporaneamente.

Età e multitasking

Neider e collaboratori (2011) hanno studiato la relazione che intercorre tra il progredire dell’età e il multitasking. In una loro ricerca hanno confrontato due gruppi di soggetti, osservando il loro comportamento in un ambiente virtuale: studenti dai 18 ai 26 anni e adulti dai 59 agli 81.

I soggetti camminavano su un tapis roulant ed erano proiettati in una scena quotidiana, in cui dovevano attraversare la strada con tre condizioni differenti. Senza distrazioni, ascoltando musica, parlando con lo sperimentatore.

Nella prima e seconda condizione anziani e studenti hanno avuto prestazioni molto simili. Le persone più anziane nella condizione in cui erano impegnate a parlare con lo sperimentatore impiegavano 30 secondi in più per attraversare la strada, a differenza di quelle più giovani. Questo risultato è una prova a favore delle capacità di multitasking influenzate dall’età.

Reti neurali e stimoli visivi

Un risultato analogo è stato ottenuto in uno studio di Adam Gazzaley et al. (2010) in cui i partecipanti dovevano osservare delle immagini che comparivano in rapida successione e poi dire se l’ultima immagine era uguale alla prima presentata. Durante l’intera procedura erano monitorati con risonanza magnetica funzionale (fMRI), un esame diagnostico che permette di visualizzare l’attivazione di diverse reti neurali a seconda della tipologia delle immagini (volti o paesaggi).


Possibile sequenza delle immagini che vengono presentate durante la ricerca.

Il campione era costituito da due gruppi: 20 soggetti di età compresa tra i 60 e i 75 anni e 22 soggetti dai 18 ai 32 anni. Ciò che si è potuto osservare nella ricerca è che le persone più anziane erano maggiormente in difficoltà nel compito di riconoscimento.

Per elaborare correttamente le differenti immagini presentate sono attivate in modo alternato le reti di neuroni deputate alla loro analisi. In particolare, se viene presentato un paesaggio seguito da un volto, il cervello deve sganciare l’elaborazione del paesaggio e attivare aree differenti per l’analisi del secondo stimolo, il volto. Per tornare all’immagine vista prima dell’interruzione, devono disattivarsi i neuroni deputati al ricordo del volto per permettere l’attivazione di altri circuiti.

Negli anziani la capacità di attivare e disattivare le diverse reti di neuroni è rallentata, con il conseguente declino delle prestazioni di multitasking in relazione all’aumento dell’età.

Genere e multitasking

Per quanto riguarda il genere, è stato condotto uno studio da Hirnstein e collaboratori (2018) che prendeva in considerazione 148 partecipanti, 82 maschi e 66 femmine, dai 18 ai 60 anni. Con un’ampia fascia d’età, quindi, e una vasta diversificazione educativa.

Sono stati sottoposti a un compito che simulava il lavoro in ufficio. Si tratta del CMPT, o computerized meeting preparation task. Il soggetto deve partecipare ad un incontro e nel frattempo eseguire alcuni compiti che gli compaiono sulla schermata, come per esempio portare delle bevande. Deve inoltre ricordare due consegne fornite all’inizio dell’esperimento e non farsi distrarre da altri avvisi che appaiono tra i compiti che deve svolgere.

Confrontando i risultati ottenuti sia dai maschi che dalle femmine, si può osservare che non sono presenti significative differenze. In conclusione è possibile smentire il mito secondo cui le femmine sarebbero più abili dei maschi a dividere l’attenzione fra più compiti contemporanei o alternati in rapida successione.

Schermata raffigurante la sala principale in cui si svolge la riunione computerizzata

Diverse reti di attivazione cerebrale

In effetti non sono state evidenziate delle differenze comportamentali tra i sessi, ma attraverso gli strumenti di neuroimmagine come la Risonanza magnetica funzionale o fMRI, si può osservare come nei maschi e nelle femmine vi sia un diverso grado di attivazione delle aree cerebrali coinvolte durante l’esecuzione di attività svolte in simultanea.

Rispetto agli uomini, le donne hanno mostrato una maggiore attivazione del giro paracingolato anteriore destro, della corteccia prefrontale destra e della corteccia orbitofrontale sinistra se i due compiti richiedono l’elaborazione di stimoli verbali.

In un doppio compito di tipo spaziale, invece, gli uomini rispetto alle donne hanno mostrato una maggiore attivazione della corteccia intracalcarina sinistra e della corteccia occipitale laterale.

Scansioni con fMRI. La prima riga di immagini mostra le aree maggiormente attivate negli uomini durante doppio compito spaziale. Nella seconda riga si possono osservare le aree maggiormente attivate nelle donne durante doppio compito verbale.

Multitasking, memoria di lavoro e intelligenza

In molti contesti lavorativi le abilità di multitasking costituiscono un prerequisito per l’assunzione in specifiche occupazioni, come quelle dirigenziali e impiegatizie.

Nello studio di Colom e colleghi (2010), sono stati individuati due indici predittivi di un migliore funzionamento delle capacità di multitasking: la memoria di lavoro o WMC e l’intelligenza.

La prima è intesa come l’abilità di trattenere informazioni per brevi periodi di tempo durante l’esecuzione di un’altra attività simultanea; la seconda è definita come una facoltà mentale molto generale che comprende, per esempio, il ragionamento, la pianificazione e la risoluzione di problemi.

La WMC è stata testata attraverso dei compiti che misurano la capacità della memoria a breve termine (span di memoria, ovvero numero di cifre ricordate in serie). Questi punteggi sono stati combinati con quelli ottenuti ai test che misuravano le abilità di dividere l’attenzione, cioè la capacità di prestare attenzione a più cose contemporaneamente o in rapida successione alternata.

I risultati ottenuti da questo studio possono avere un’implicazione pratica nel mondo del lavoro ed essere utilizzati dalle agenzie per selezionare persone che siano in grado di ricoprire adeguatamente profili professionali le cui mansioni richiedono un continuo passaggio da un’attività all’altra.

Conclusione

Questa trattazione ha lo scopo di mettere in luce le caratteristiche e i limiti di un comportamento divenuto importante e richiesto dalla nostra quotidianità. Lo svolgimento di più impegni contemporanei o il rapido passaggio alternato da un compito all’altro è una strategia intesa a ottimizzare il modo di impiegare il tempo e i cui svantaggi sono poco noti.

L’abitudine a compiere più azioni contemporaneamente può portare nel lungo periodo ad un aumento dell’ormone dello stress, con effetto tossico sull’organismo. Porta all’aumento cronico della sovra-produzione di dopamina, che a sua volta può instaurare una dipendenza. La ricerca attiva e incessante di impegni simultanei o ravvicinati inibisce il riposo e può a lungo andare produrre una condizione di tensione o ansia quando si devono svolgere azioni singole, o fermarsi. In alcuni studi si è poi evidenziato che i risultati delle prestazioni eseguite in contemporanea ad altre sono peggiori rispetto a quelli che si otterrebbero facendole singolarmente.

Per organizzare le proprie giornate è conveniente spendere un po’ di tempo, come si è visto. L’idea di risparmiarlo, infatti, è illusoria e non risulta sempre vantaggiosa. Prendersi il tempo per svolgere ogni impegno e pianificare come distribuire le proprie risorse potrebbe essere la soluzione migliore.

Articolo scritto a sei mani con Linda Rampado e Chiara Chiuchiolo

Referenze bibliografiche

Levitin, J. D. (2015). The organized mind: thinking straight in the age of information overload. Dutton Penguin Random House.

Neider, M. B., Gaspar, J. G., McCarley, J. S., Crowell, J. A., Kaczmarski, H., & Kramer, A. F. (2011). Walking and talking: Dual-task effects on street crossing behavior in older adults. Psychology and Aging, 26(2), 260–268. https://doi.org/10.1037/a0021566

Medina, John J. Il cervello: istruzioni per l’uso. Torino: Bollati Boringhieri, 2013.

Colom, Roberto, Agustín Martínez-Molina, Pei Chun Shih, e José Santacreu. «Intelligence, Working Memory, and Multitasking Performance». Intelligence 38, n. 6 (novembre 2010): 543–51. https://doi.org/10.1016/j.intell.2010.08.002.

Hirnstein, Marco, Frank Larøi, e Julien Laloyaux. «No Sex Difference in an Everyday Multitasking Paradigm». Psychological Research 83, n. 2 (marzo 2019): 286–96. https://doi.org/10.1007/s00426-018-1045-0.

Clapp, W. C., M. T. Rubens, J. Sabharwal, e A. Gazzaley. «Deficit in Switching between Functional Brain Networks Underlies the Impact of Multitasking on Working Memory in Older Adults». Proceedings of the National Academy of Sciences 108, n. 17 (26 aprile 2011): 7212–17. https://doi.org/10.1073/pnas.1015297108.

Tschernegg, Melanie, Christa Neuper, Reinhold Schmidt, Guilherme Wood, Martin Kronbichler, Franz Fazekas, Christian Enzinger, e Marisa Koini. «FMRI to Probe Sex-Related Differences in Brain Function with Multitasking». A cura di Marina A. Pavlova. PLOS ONE 12, n. 7 (31 luglio 2017): e0181554. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0181554.

Vita da donna: effetti degli ormoni sessuali sulla memoria

La natura e l’evoluzione ci hanno dotato di capacità adeguate a fronteggiare i continui cambiamenti, sia interni che esterni all’organismo.

Si avverte però, talvolta, una forte richiesta da parte del contesto sociale di agire in modo ottimale e costante, sulla base di canoni e modelli prestabiliti. Questo non è sempre confacente al nostro funzionamento organico.

Basti pensare a come ti senti dopo una giornata di lavoro: la concentrazione e alcune capacità sono meno efficienti. Si riduce, così, la facilità di compiere attività complesse. Come individuare una confezione di dentifricio di una precisa marca, per esempio, fra gli scaffali della sezione dedicata di un grande supermercato.

Le variazioni delle facoltà mentali dipendono non solo dal momento della giornata, ma anche dal periodo di vita. Interessano donne e uomini, con differenze individuali legate a molti fattori. Circostanze, ambiente di crescita, valori e cultura, scolarità, professione, attività svolte con maggiore frequenza.

In particolare, nel corso della vita di una donna si possono individuare diverse fasi delineate dalle variazioni a livello ormonale. Esse possono avere degli effetti su memoria, attenzione e funzioni cognitive tali da riflettersi nelle attività quotidiane.

Presentiamo qui una revisione di articoli. In essi gli autori hanno indagato la relazione fra i livelli ormonali e le prestazioni nei compiti che richiedono l’attivazione specifica di certe abilità cognitive.

Gli eventi che prenderemo in considerazione sono: il ciclo mestruale, la gravidanza e la menopausa.

L’influenza del ciclo mestruale sulla memoria verbale e visuospaziale

Manuale MSD -Web

Durante la pubertà (10-16 anni), le giovani donne esperiscono il menarca, la prima mestruazione.

Le ovaie, stimolate da sostanze liberate dalle strutture cerebrali, producono ciclicamente diversi ormoni, tra cui gli estrogeni (estradiolo, estrone ed estriolo) e il progesterone.

Nella prima fase, quella follicolare, è prodotto un maggior numero di estrogeni; il picco dei livelli di progesterone è raggiunto, invece, nell’ultima fase del ciclo, quella luteale. 

Il periodo delle mestruazioni, che si verifica all’inizio della fase follicolare, è caratterizzato da una bassa concentrazione di entrambi gli ormoni.

I risultati di alcuni studi che trattano del ciclo mestruale evidenziano che la quantità di estradiolo influisce sulle prestazioni nei compiti visuospaziali e verbali.

Abilità visuo-spaziali

Ti sarà capitato, nella fase mestruale, di dimenticare con più facilità dove hai lasciato le chiavi, il cellulare o altri oggetti indispensabili. O di scordare episodi raccontati da familiari o amici. Oppure potrebbe capitarti di risultare più maldestra nel compiere azioni abituali e fare piccoli danni, con più facilità in quei giorni.

Hampson e Morley nel 2013 hanno condotto uno studio sull’influenza dei livelli di estrogeno in alcuni compiti di memoria: hanno selezionato 70 partecipanti di età compresa tra 17 e i 37 anni, di cui 31 maschi e 39 femmine. Queste ultime sono state suddivise in due gruppi: donne con alti livelli di estradiolo e donne con bassi livelli dell’ormone.

Il test proposto coinvolgeva la memoria di lavoro spaziale, quella che ci permette di tenere a mente e elaborare informazioni visuospaziali (vale a dire, percezioni visive e relative posizioni nello spazio). I risultati evidenziano come i soggetti con alto livello di estradiolo ottengano risultati migliori, rispetto a uomini e donne con basso livello di estradiolo. Questo, per esempio, potrebbe implicare che quando l’estradiolo è minimo, una donna abbia più difficoltà a cercare la propria auto in un grande parcheggio.

In uno studio successivo Hampson e collaboratori (2014) hanno approfondito alcuni risultati con un compito di rotazione mentale. Esso analizza la capacità di ruotare mentalmente oggetti bidimensionali e tridimensionali. Sono state selezionate 44 donne e suddivise in due gruppi, in base alle concentrazioni di estradiolo nel sangue.  I risultati mostrano che bassi livelli di estradiolo sono correlati con una maggiore precisione nel test di rotazione mentale e nel Mooney-Harshman Closure, compito di riconoscimento e completamento di immagini frammentate.

Questo potrebbe riflettere il fatto che le donne, soprattutto nel periodo dopo le mestruazioni, riescano con più facilità a riconoscere ciò che accade: percorsi, luoghi e oggetti, anche da prospettive diverse.  

Fluenza verbale e memoria emotiva

L’estradiolo è misurato anche nello studio di Maki e colleghi (2002), in cui viene messo in relazione alle capacità nei differenti compiti cognitivi. In particolare, si è osservato che con l’aumento dei livelli di quest’ormone migliorano le prestazioni nei compiti di fluenza verbale semantica. Essi misurano il bagaglio lessicale del soggetto e la sua disponibilità, in termini di accesso alle informazioni memorizzate e strategie di recupero. Bassi livelli di estradiolo, invece, portano a una migliore prestazione nei compiti di rotazione mentale.

Lo studio di Bayer e collaboratori (2014) mostra come le fasi del ciclo mestruale siano in grado di influire sulla memoria di lavoro visuo-spaziale e verbale. Non solo, ma anche sulla memoria implicita emotiva. Quest’ultima richiama le emozioni che abbiamo provato in determinate situazioni passate e che, di conseguenza, influenzano il nostro modo di sentire e prendere decisioni.

Si tratta di uno studio longitudinale, ossia di osservazioni ripetute nel tempo sui medesimi soggetti, che coinvolge 23 donne, tra i 19 e i 33 anni, testate durante la fase follicolare e durante la fase luteale. Lo strumento utilizzato è un compito di memoria emotiva, dove viene chiesto di identificare e poi ricordare delle immagini con valenze emotive differenti. Lo studio conclude che i soggetti riconoscono correttamente il significato emotivo degli stimoli presentati, indipendentemente dalla fase del ciclo. Tuttavia rievocano maggiormente le immagini con valenza aversiva durante la fase follicolare.

Queste variazioni potrebbero essere correlate a una strategia di adattamento evolutivo, che abbia consentito alle donne una maggiore probabilità di sopravvivere e riprodursi.

Come cambia la memoria durante la gravidanza?

Un’altra fase che caratterizza un cambiamento degno di nota nei livelli ormonali è la gravidanza. 

Sin dall’inizio di questo periodo, si verifica un netto aumento degli estrogeni e del progesterone, fondamentali per creare e mantenere un ambiente idoneo per lo sviluppo del futuro embrione.





Aumento progressivo di estrogeno e di progesterone, che raggiungono il loro picco nelle ultime settimane di gravidanza.

In uno studio condotto da Laura Mickes e colleghi (2009), sono state selezionate 37 donne, sottoposte, sia prima che dopo il parto, a un compito di apprendimento verbale. Si chiedeva di ricordare vocaboli, appartenenti a diverse categorie semantiche, precedentemente presentati all’interno di una lista. Durante la gravidanza si era osservato un calo dei punteggi nei compiti di rievocazione (quindi senza suggerimenti) e non in quelli di riconoscimento. Questo sembra essere dovuto proprio ai cambiamenti strutturali indotti dalle variazioni ormonali.  

Memoria episodica e schemi di attivazione cerebrale

Analogamente, gli autori Wilson e colleghi (2011) hanno utilizzato una batteria di test che valuta diverse abilità mnemoniche, su un campione di 70 donne. Donne non incinte, donne incinte al primo o al terzo trimestre di gravidanza. Sono state rilevate differenze nella memoria episodica, quella che permette di ricordare gli episodi personali. Entrambi i gruppi di donne incinte presentano profili di prestazione diversi rispetto al gruppo di controllo, nei compiti dove viene chiesto di ripetere due brevi storie.

Almanza-Sepúlveda e collaboratori (2018) si sono, invece, concentrati sugli schemi di attivazione delle aree cerebrali nelle donne in gravidanza. Sono state selezionate 40 donne, suddivise in modo simile allo studio precedente. Durante lo svolgimento di un compito di memoria verbale o visuo-spaziale, le partecipanti sono state monitorate con elettroencefalogramma (EEG), uno strumento che misura l’attività elettrica cerebrale. E’ stato così rilevato il cambiamento della sincronizzazione EEG tra la corteccia prefrontale e parietale, durante l’esecuzione di entrambi i compiti nei diversi trimestri di gravidanza.

I differenti schemi di sincronizzazione potrebbero costituire assetti adattivi che consentono alle donne incinte di concentrare la loro attenzione e utilizzare più risorse cognitive, per risolvere adeguatamente i compiti ed ottenere gli stessi risultati delle donne non incinte. Queste le ipotesi degli autori.

Altre ipotesi sui cambiamenti cognitivi

Le differenze cognitive fra donne gravide e non gravide non sono confermate da tutti gli studi che ne hanno indagato la presenza. Rendell & Henry (2008) parlano di “situazioni di laboratorio artificiose”, che impediscono di riprodurre ciò che avviene nella realtà e di rilevare delle differenze effettive.

Logan et al. (2014), inoltre, sostengono che la percezione di disturbi da parte di donne incinte nella vita quotidiana, sia dovuta a stereotipi sociali che le condizionano.

Oltre alle variazioni ormonali, una delle possibili cause del diverso funzionamento della memoria individuata da Berndt e colleghi (2014) sembra sia la presenza di un sonno più frammentato. Questo altererebbe l’immagazzinamento dei ricordi, sia in gravidanza che dopo il parto. 

Una questione ancora aperta: la menopausa influenza le abilità mnestiche?

L’ultima fase che si presenta nel ciclo riproduttivo di ogni donna è la menopausa. Dalla transizione menopausale in poi l’estrogeno comincia a diminuire notevolmente, raggiungendo livelli minimi. Questo accade anche al progesterone, il quale, però, scompare completamente nel periodo post menopausa. Molte donne attribuiscono i vuoti di memoria o i cambiamenti del proprio comportamento allo sbalzo ormonale, caratteristico di questo periodo. Di conseguenza, molti autori hanno cercato delle conferme proponendo degli studi sperimentali.

Alcuni sono giunti alla conclusione che il declino mnestico non sia strettamente legato a fluttuazioni ormonali, ma ad altri fattori quali l’età e l’educazione. A sostegno di questa ipotesi citiamo lo studio di Herlitz et al. (2007) che ha indagato la memoria episodica e semantica, la fluenza verbale, le abilità visuo-spaziali e il riconoscimento facciale di 129 donne in premenopausa, 58 in peri-menopausa e 55 in post-menopausa. Esso ha evidenziato leggere differenze tra i tre gruppi, non correlate alle variazioni ormonali dalle procedure dello studio.

Memoria di lavoro e apprendimento verbale

Ryan e colleghi (2010) hanno selezionato un gruppo di 147 donne in menopausa per misurare sia l’attenzione che la memoria di lavoro. I procedimenti di analisi eseguiti sui dati da loro rilevati, non hanno evidenziato correlazioni dirette fra i punteggi ottenuti nei test e l’estrogeno contenuto nel sangue.

Altri studiosi suggeriscono, invece, che ci siano delle differenze fra donne in pre e post menopausa attribuibili al cambiamento degli ormoni steroidei.

A questo proposito Epperson e colleghi (2013) hanno evidenziato un netto peggioramento delle prestazioni nello studio longitudinale. I risultati di 403 donne, selezionate dalla pre alla post menopausa, mostrano che le donne, testate nell’apprendimento verbale, in post-menopausa ricordavano 1-2 parole in meno.

Anche nello studio longitudinale di Fuh e colleghi (2005), con osservazioni ripetute nel tempo, hanno trovato risultati analoghi.  Il campione di 495 donne selezionate dalla pre-menopausa, è stato sottoposto ad una batteria di test neuropsicologici e hanno riportato un declino unicamente nel dominio della fluenza verbale, che riguarda l’evocazione di parole.

Altre indagini sostengono una posizione intermedia. Greendale et al. (2009) hanno rilevato un un miglioramento delle prestazioni durante la post-menopausa, suggerendo che le difficoltà rilevate durante la transizione siano limitate nel tempo. D’altra parte Weber et al. (2014) afferma che le donne nel primo anno di post-menopausa, hanno prestazioni peggiori rispetto alle donne in peri-menopausa nella memoria verbale e anche delle donne in transizione nei compiti di memoria di lavoro. 

Plus ça change, plus c’est la même chose

In specifici momenti della vita è normale per le donne percepire dei cambiamenti di memoria, attenzione e capacità di trovare le parole per esprimersi.
Per compensare certe difficoltà ci sono dei training specifici, che consistono in insiemi di esercizi selezionati per potenziare le capacità. Le funzioni cognitive presenti come la memoria, la velocità di elaborazione e l’attenzione, possono migliorare attraverso un vero e proprio allenamento.
Questa è una scelta personale, puoi anche lasciare così. Ma se ti accorgi che questo disagio diventa persistente e limitante, è bene richiedere un consulto con uno specialista.

Articolo scritto con la preziosa collaborazione di Linda Rampado e Chiara Chiuchiolo.

Linda Rampado è laureanda in Scienze psicologiche cognitive e psicobiologiche a Padova e sta preparando la tesi sulle basi biologiche dell’intelligenza. Sta svolgendo il tirocinio pre-lauream in ambito neuropsicologico.

Chiara Chiuchiolo, laureanda in Scienze psicologiche cognitive e psicobiologiche (Università degli Studi di Padova), sta scrivendo la tesi sui disturbi neuropsicologici del morbo di Parkinson ed è tirocinante pre-lauream.

Corpo e mente come sistemi integrati

Il Vitruviano di Leonardo, simbolo universale di armonia

L’essere umano può essere figurato come una rete di sistemi interconnessi. Comprende sistemi biologici, psicologici e sociali che interagiscono: la persona non è un insieme di segmenti separati, sovrapposti, bensì è un’unità biopsicosociale.

La psiche non solo emerge dal livello biologico, ma retroagisce su di esso.

La saggezza del corpo

In determinate situazioni l’organismo si attiva grazie alla reazione da stress. Essa produce variazioni importanti in diversi sistemi del corpo: il sistema nervoso, quello endocrino che secerne ormoni e mediatori chimici, immunitario per la difesa dell’organismo, metabolico per la regolazione, circolatorio per la diffusione delle sostanze vitali.

Tale reazione mette l’organismo in condizione di affrontare in modo ottimale la situazione specifica, preparandolo ad agire velocemente e al massimo delle proprie possibilità.

La reazione allo stressor, uno stimolo fisico, tossico o psichico, ha un grande valore evolutivo ed è vitale per una persona.

Quando, tuttavia, questo stato di prontezza psico-fisiologica (la condizione di stress) ha una durata prolungata nel tempo e il contesto che richiede tale prontezza è interpretato e vissuto come una fonte di preoccupazione, questo produce delle ripercussioni negative.

L’immagine mostra i due bracci del sistema dello stress, che originano nel sistema nervoso. Liberano sostanze e mediatori chimici che agiscono sollecitando altri organi e sistemi a secernere, a loro volta, altri mediatori e sostanze. Se ne può cogliere la complessità.
L’immagine mostra i due bracci del sistema dello stress, che originano nel sistema nervoso. Liberano sostanze e mediatori chimici che agiscono sollecitando altri organi e sistemi a secernere, a loro volta, altri mediatori e sostanze. Se ne può cogliere la complessità.

L’essenza della vita

E’ il significato attribuito alle situazioni e ai contesti a essere cruciale: non si tratta quindi di una valenza generale, ma di quella individuale e soggettiva, costruita e vissuta dalla persona.

Il significato dato agli eventi delinea in modo determinante il vissuto di chi attraversa situazioni e si muove in contesti che:

  • incidono sul proprio progetto di vita, come obiettivi e valori, o
  • sollevano dubbi su aspetti dell’identità, per esempio mettendo in luce inadeguatezze o in pericolo la posizione sociale,
  • producono una perdita importante,
  • diventano fonte di felicità o orgoglio, oppure ancora
  • rappresentano una sfida che può essere superata.

La variazione dell’equilibrio in uno dei sistemi del corpo produce l’alterazione dell’equilibrio dell’organismo nel suo complesso. L’umore, l’attività mentale e l’assetto cerebrale, per esempio, influenzano la regolazione ormonale e immunitaria comportando, in certe condizioni, una serie di rischi per la salute.

Il sistema immunitario, in particolare, è in continua ricerca di equilibrio biologico.

Esso è capace di autoregolazione e ha un legame con ogni organo del nostro corpo, funziona come un organo di senso interno che si occupa della regolazione fisiologica dell’organismo (a sua volta influenzato da altri sistemi regolatori, il sistema nervoso e il sistema neuroendocrino).

Esso riveste, quindi, un ruolo molto importante.

Organi del sistema immunitario

Pochi spunti semplificati per riflettere sulla necessità di considerare l’essere umano come un’unità anche dal punto di vista della salute. E per considerare che mantenere l’equilibrio e uno stato di benessere sia possibile, contemplando la vita di una persona nella sua interezza.